Il vero film sul Joker: Batman (1989)

Non ricordo momento della mia vita che non avesse a che fare con Batman. Da bimbetto i re-watch dei film di Tim Burton e Joel Schumacher erano continui, ossessivi. La mia infanzia è stata pura bat-mania, protrattasi fino alle medie e ai primi anni del liceo, in cui litigavo con schiere di fan di Christopher Nolan che OSAVANO sminuire i miei film del cuore perché “dai cioè troppo ridicoli” se comparati a quelle nuove versioni “così mature e dark”. A me sembravano e sembrano tutt’ora pazzi. I film di Nolan sono girati da un tizio che si sentiva in colpa a fare i film di supereroi e venerati da persone che si sentivano in colpa a guardarli. Facile. Dopo quasi dieci anni, ci risiamo.

È il 2019 e sta uscendo un film stand-alone sul Joker. Chi l’ha già visto parla di capolavoro, chi non l’ha visto pure. Perché? Perché promette di essere “maturo e dark”. Avete fatto caso alla tronfia campagna promozionale, no? Ogni nome coinvolto nella lavorazione del film, dal regista agli attori all’addetto alle pulizie, ha rilasciato dichiarazioni come: “i film tratti dai fumetti di solito non sono film, il nostro invece sì”. Madonna il fastidio.

Sono qui per rivendicare il diritto dei cinecomic ad essere film strambi, con ambizioni non per forza MATURE come pare che il cinema debba essere per forza una volta che siete diventati tutti troppo aridi per divertirvi; ma soprattutto, tirate le somme sulla resa che il personaggio del Joker ha avuto al cinema fino a questo momento, sono qui per parlarvi di quella che – se Joaquin Phoenix non mi smentisce – è ad oggi l’incarnazione più centrata del personaggio. Indizio: non è Heath Ledger.

No, neanche lui, volevo solo ricordarvi che è esistito. Carino, no?

Prima un po’ di storia.

Nel 1978 esce Superman di Richard Donner. Qualunque tentativo di bissarne il successo artistico ed economico è un fallimento (inclusi i suoi sequel dopo l’ottimo II) di quelli di cui oggi si ride ripetendo a macchinetta slogan come “so bad is so gooood”. Portare i supereroi al cinema col giusto equilibrio tonale, senza vergognarsene ma senza nemmeno scadere nel ridicolo sembra non riuscire a nessuno. Fino al 1989, l’anno di Batman.

Il primo Batman di Tim Burton vuole fare disperatamente tre cose:

  1. essere il secondo film di un giovane regista ambizioso e decisamente sui generis.
  2. donare nuova dignità ad un personaggio visto fino a quel momento come una macchietta comica per via dell’adorabile serie ‘camp’ con Adam West.
  3. essere un grosso studio movie che punta ad incassare il mondo.

La Warner ci punta forte, ma ha paura. Comprensibile, visti i precedenti flop in ambito supereroico, ma soprattutto vista la decisione alquanto opinabile di scritturare Michael Keaton nel ruolo di Batman. Sapete cosa succede oggi ogni volta che annunciano un nuovo interprete per Batman, no? Post al vetriolo, piagnistei, petizioni… la petizione per impedire a Ben Affleck di interpretare il personaggio la firmai persino io.

Eccomi. 2013, penso di salvare il cinema firmando petizioni. Un coglione.

Ad oggi ci si lamenta di Ben Affleck, che fisicamente sembra(va) nato per la parte, o di Robert Pattinson, che ditemi cosa dovrebbe avere che non va a parte il fatto che ha recitato in dei film di merda dove faceva il vampiro, che per inciso sono divertentissimi. Tu che leggi sei tra chi disprezza queste scelte di casting? Bene. Ora prova a proiettare te stesso trent’anni nel passato, quando il nuovo interprete annunciato nei panni del crociato di Gotham era un comico bassino e stempiato con la faccia da pazzo.

*SEINFELD BASS LINE* “Oh, io ve lo dico: a me i vegani mi hanno proprio rotto i cosiddetti!”

Una follia. Ma succede che, miracolosamente, funziona. Il film trova la perfetta sintesi tra le sue intenzioni: lascia emergere abbastanza generosamente le capacità visionarie di Tim Burton, tira fuori dal cilindro un Batman decisamente efficace e riesce ad incassare il mondo.

La lavorazione è un continuo braccio di ferro tra il produttore Jon Peters e Burton, che si sente molto frustrato dalla situazione e non vuole realmente girare il film. Oggi sappiamo bene quali sono i risultati quando deve fare roba che non gli va di fare, ma per il Tim Burton giovane è diverso: la voglia di emergere, una certa risolutezza ed una visione artistica molto chiara hanno la meglio. Pensate ad un esordiente che oggi si ritrovi a dirigere un film Marvel: quale decisione artistica può pensare di prendere? Ecco. Per un semiesordiente con in mano un film così grosso il nostro amico spettinato riesce a farsi valere mica male! Vuole Michael Keaton? Oh, lo ottiene. Vuole dimostrare di non essere un pazzo scriteriato? Ancora, ci riesce, la prova di Keaton è stramba e assolutamente affascinante. È costretto ad utilizzare la musica di Prince? Ha la brillante intuizione di farlo al servizio del Joker. E che Joker.

Parliamo del vero protagonista del film.

Ve l’ho detto, da regazzino stavo sempre a vedermi i film di Batman invece di pensare al futuro.

Ecco come vestivo.

Avevo sempre voluto essere L’omm’ pipistrell’, ma poi successe l’impensabile. Era un sabato pomeriggio, avevo 11 anni, ero da mia nonna e dovevo fare i compiti. Mi andava zero, quindi accesi la Tv: davano Batman. Era da un po’ che non lo rivedevo, e me lo bevvi tutto come un bicchier d’acqua in preda a una ritrovata euforia, accorgendomi solo una volta finito di non aver tifato per l’eroe. Joker era veramente troppo fico! Perché non me ne ero accorto prima?

Role Model.

Il film è un Joker-show di due ore: il nome di Jack Nicholson nei credits compare prima di quello di Michael Keaton e non è un caso. La prima ragione, la più banale, è lo star power dell’attore, che era stato pagato peraltro una cifra talmente alta da entrare nel guinnes dei primati. L’altra è che il Joker è il vero protagonista del film.

Lo sceneggiatore Sam Hamm ha un’intuizione mica male: non fare del primo film su Batman una origin story. Le origini del personaggio vengono rivelate man mano che il film va avanti, dando una funzione narrativa inedita all’interesse amoroso dell’eroe, la reporter Vicky Vale (interpretata da una ottima Kim Basinger), che indaga su Bruce Wayne e fornisce allo spettatore le informazioni necessarie per comporre il puzzle. Scelta intelligente e funzionale, che però relega Batman a figura enigmatica e misteriosa (a tratti persino inquietante) e dà invece molto più respiro al Joker.

A livello di screen-time i due personaggi hanno la stessa importanza, con la differenza che quella del Joker è una vera e propria origin story: c’è la genesi del personaggio, c’è l’evoluzione, ci sono le esigenze drammatiche (rubare la scena a Batman). Poi c’è, ovviamente, una prova d’attore spettacolare.

Fino all’altro giorno il film l’ho sempre visto doppiato, saprei recitarvelo a memoria. Era l’epoca in cui i film ancora li adattavano con criterio e doppiavano stra-bene, e la prova di Giancarlo Giannini è straordinaria, spassosa. È con non poca sorpresa, quindi, che ho scoperto che il lavoro di voce di Nicholson è in realtà molto più posato: invece di andare in overacting facilone, agevolato da un make-up grottesco ed un’atmosfera tendenzialmente sopra le righe, Nicholson opta per una performance composta ed elegante, rendendo ancora più assurde le esplosioni di pura follia omicida del personaggio.

C’è un momento che mi ha sempre fatto impazzire: Joker ha appena avvelenato mezza città con i gas tossici, quando interviene Batman con il suo jet privato a forma di pipistrello (pazzie da ricchi) e gli rovina la festa, portandogli via i palloni ripieni di sostanze chimiche. In preda alla frustrazione, Joker prende e spara al suo tirapiedi più devoto, Bob, che fino a quel momento non ha fatto altro che servirlo senza proferire verbo. Questo è il Joker, non un tizio che snocciola massime filosofiche a caso (non mi riferisco a nessuna versione particolare del personaggio, tranquilli).

Il suo Joker è uno showman che vuole fare dell’omicidio un’arte, un ex-gangster che perde completamente il lume della ragione dopo l’incidente che l’ha trasformato in freak e dovrebbe essere arrabbiato a morte, ma è troppo su di giri per esserlo realmente. Batman lo ha trasformato in un mostro, ma ormai non ha la minima importanza: quel che conta è lo show.

L’omicidio, l’iconoclastia (la scena in cui vandalizza il museo la vedevo e rivedevo), la avance romantiche alla fiamma di Batman che palesemente lo trova ripugnante: l’intero film è un Joker-show, ed è esilarante. Non gli interessa farti empatizzare con lui, che anzi prima della trasformazione era un gangster vanesio e viscido, vuole solo trascinarti nella sua follia. Poi l’eroe ovviamente vince, ma che c’entra: il palcoscenico è di un uomo solo.

“Me!? State applaudendo me!?”

“E come l’hai trovato il film?”

Il film, al netto di soluzioni di sceneggiatura opinabili (il Joker che ha ucciso i genitori di Batman, per dirne una), rimane un lavoro super affascinante. Non sarà la piena espressione dell’estro burtoniano, ma vive delle atmosfere tipicamente dark (quelle sì) del regista di Burbank, che trova in Danny Elfman un collaboratore fondamentale. La colonna sonora fa tantissimo in questo film, gli sta dietro senza sosta, dà il tocco definitivo nel creare la giusta atmosfera ed è a tratti di una potenza travolgente. La scena in cui Batman porta Vicky Vale nella batcaverna mi emoziona sempre, e quella è tutta colonna sonora. Poi a volte Michael Keaton nel costume è un po’ goffo (specie quando corre) e Burton ha un po’ il problema delle scene d’azione, ma mai quanto Nolan. I toni sono giusti, le ambizioni sono giuste, il risultato è un fumettone che anche alla miliardesima visione continua a divertire ed affascinare.

Cosa succede quando non ci si vergogna di fare i fumetti al cinema.

Nella versione in DVD rilasciata nel 2005 c’è un documentario molto esaustivo sulla lavorazione del film, che comprende interviste a tutti i membri del cast e della crew, stessa operazione fatta anche per i restanti film della saga. Io me li sono divorati, ed è interessante notare come Jack Nicholson parli sempre con entusiasmo e rispetto di questo film. Michael Keaton ad esempio per niente, cosa non sorprendente se pensate a Birdman. In particolare nelle interviste per Batman – Il ritorno, Keaton dice cose come “cioè me ne stavo in questo costume ridicolo e guardavo Michelle Pfeiffer col suo costume ridicolo e Christopher Walken con la sua pettinatura ridicola e gli dicevo ‘ecco visto che si prova?’”. Nonostante la bravura fuori scala, uno snobbaccio.

“Va’ che mi tocca fare, meno male che tra 8 anni faccio il pupazzo di neve”

Nicholson invece ha il sorriso, dice cose come “sul set erano tutti agitati, non sapevano se il film sarebbe andato bene o no, ma io ero tranquillo. Ero sicuro che sarebbe stato un successo”. E glielo leggi in faccia mentre recita sotto quel make-up buffo con una calma posata, una naturalezza ed un rispetto per il ruolo da applausi. Dalle stesse interviste emerge anche quanto Nicholson rispettasse Burton, allora un mezzo signor nessuno, perché aveva intravisto in lui del potenziale enorme. Perché mai sarebbe dovuto importare ad una star del genere? Che uomo, ragazzi.

Poi c’è Joaquin Phoenix, che non voleva il minimo riferimento a Batman, né che il suo personaggio venisse mai chiamato Joker. Così, per dire. Sarà stato sicuramente mostruoso come al solito eh, però che lagna.

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