Rambo: Last Blood – La recensione amareggiata

Contiene uno spoiler.

Impossibile per me non accogliere a braccia aperte qualunque progetto al quale Sylvester Stallone decida di offrire anima e corpo. Rambo 5? Perché no. Si va tutti in sala, e non azzardatevi a fare mezza battuta sulla senilità del personaggio, che se vuole può ancora spezzarvi in due come grissini. Ovviamente c’è pure una parte di me – quella razionale – che teme il peggio.

Quando venne annunciato Creed ad esempio dubitai, ma per fortuna si è poi trattato di un film miracoloso, poco da dire. Creed II? Stallone l’ha persino scritto, e ci sono tutti gli indizi del caso: sintesi miracolosa, costruzione impeccabile della tensione drammatica, capacità di far aprire i condotti lacrimali di qualunque maschio, sia esso un macho come te che stai leggendo col mitra in mano o un debole come il sottoscritto.  E qual era l’idea di base? Uno spin-off sul figlio di Apollo Creed che si fa allenare da Rocky. Una grande idea? Francamente, no.

<3

L’idea dietro a Rambo: Last Blood invece non era male affatto. John Rambo, a modo suo, si è fatto una famiglia: vive in Arizona e gestisce l’allevamento di cavalli del suo compianto padre assieme alla sua vecchia amica Maria e alla nipote di quest’ultima, Gabriella, alla quale si affeziona come ad una figlia. Convive sempre con i suoi demoni, ma è riuscito a ritagliarsi il suo piccolo angolo di pace. Succede poi che Gabriella viene rapita da dei pappa messicani che la costringono a prostituirsi e poi ovviamente MUORE, quindi Rambo perde il controllo e fa razione di cattivoni come solo lui sa fare. Una bella revenge story, che c’è di più classico e di più divertente?

Stallone scrive la sceneggiatura anche stavolta di suo pugno, ma sorprendentemente lo fa in maniera rozza ed elementare. Con i giusti accorgimenti Rambo: Last Blood poteva essere un addio spettacolare al personaggio: l’incipit squisitamente nichilista ed il protagonista ormai vecchio ma comunque implacabile erano una bella base su cui lavorare, ma viene un po’ tutto gettato alle ortiche.

Carisma comunque inscalfibile, tranquilli.

Chiariamoci, Sly ha come al solito tanto cuore e idee niente male, ma banalizza ogni spunto interessante senza lavorare di sfumature come saprebbe fare benissimo. Nel delineare il rapporto tra Rambo ed i co-protagonisti – che dovrebbero essere motore emozionale della vicenda – affida tutto a dei dialoghi didascalici ai quali solo lui da attore sembra riuscire a dare una dignità, mentre le restanti performance vanno purtroppo dal poco convinto allo spaesato, con il risultato che non crediamo a nulla di quello che succede. Poi arriva senza sconti e senza timidezza l’iper-violenza, ed è sicuramente molto divertente, ma non esattamente catartica.

“T’AMMAZZOOOO”

Va bene la prevedibilità delle svolte narrative, non è con l’idea di farmi sorprendere da incredibili twist che ho messo piede in sala, ma non c’è proprio il minimo crescendo. È tutto schematico, accade perché deve accadere, è così perché deve essere così. E talvolta con punte di assoluto imbarazzo. Per questo quando Rambo si rimbocca le maniche e inizia finalmente a massacrare tutti sei costretto ad appiccicargli mentalmente sopra gli anni di amore per il personaggio e per il suo autore per emozionarti realmente.

C’è pane per i denti degli amanti della saga a livello di pura adrenalina, questo sì, e il film dura troppo poco per dare il tempo di annoiarsi, ma da un maestro della scrittura cinematografica come Stallone era lecito aspettarsi un film molto, molto più compatto. Semplicemente stavolta non gli andava, che vi devo dire.

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