Abbiamo visto C’era una volta a… Hollywood e siamo rinati

CAPITOLO 1 – L’attesa

Il 2 Agosto al cinema Adriano di Roma ha luogo la premiere di C’era una volta a… Hollywood, ultima faticaccia del nostro amico Quentin Tarantino. La regola è che tutti possono assistere al red carpet, ma l’ingresso in sala per la proiezione del film è riservato solo a pochi fan fortunati. Noi lo scopriamo quella mattina e senza pensarci troppo ci diciamo “oh, proviamoci”, anche perché il fatto che nel resto del mondo stia già uscendo e quindi che qualcuno lo possa vedere mesi prima di noi non ci sembra tanto carino.

Così arriviamo davanti all’Adriano per le 15.30 e – sorpresa – c’è un sacco di gente. Oltre a Quentin presenzieranno all’evento persino Leonardo Di Caprio e Margot Robbie.  Che fare? Ma niente, si aspetta. Aspettiamo, evitiamo di allontanarci per prendere da mangiare, non sia mai che qualche scemo a caso con il portafogli badmotherfucker prenda il nostro posto e ci ostruisca la potenziale buona visuale su Margot Robbie. Scopriamo che esistono fan sedicenni di Di Caprio infoiate come se Titanic fosse uscito qualche mese fa. Comincia a piovere.

Smette di piovere. Cominciano ad arrivare gli invitati vipz: Christian De Sica (Grandissimo), i Maneskin, Salmo, Manuel Agnelli, Paolo Bonolis, Flavia Vento (proprio lei) e altri; tutti accolti da applausi scroscianti.

Poi arriva il momento della verità: Di Caprio esce da una limo e ovviamente fanno tutti “WOOOHHHHH” (pure noi un mezzo gridolino lo abbiamo cacciato), poi arriva il turno di Margot Robbie e niente, giuro che si è presa meno applausi di Bonolis. Esce Tarantino che è mega simpatico coi fan e gli si legge in faccia che è contento sul serio. Finalmente questa pagliacciata finisce e arriva il secondo momento della verità: chi riuscirà a entrare? Tutti. Non c’era nessuna ragione di aspettare là in piedi, tutti possono entrare, fossimo arrivati in quello stesso momento non avrebbe fatto la minima differenza: è con questa consapevolezza che ci guardiamo il film tra fame, stanchezza, dolori diffusi, crampi allo stomaco. Meglio che sia bello.

CAPITOLO 2 – Il film

Written & Directed by

Eddie Da Silva

Il film inizia presentando i personaggi con il solito stile prorompente, quando realizzo: ma è un film di Tarantino! Quanto mi era mancato Tarantino al cinema? Non conoscevo ancora la risposta prima di vedere C’era una volta a… Hollywood.

Dopo mesi e mesi passati a guardare robetta e robaccia e a farmela tutto sommato andare bene, mi serviva un bell’elettroshock. Sapevo che per forza di cose avrei visto un film di qualità, anche se non avevo messo in conto di strapparmi le vesti. E INVECE.

Le tre ore sono andate avanti con calma mentre tra atroci sofferenze per aver aspettato in piedi sette ore ho sentito risvegliarsi l’antico fuoco: vedere un film di Tarantino al cinema mi fa sempre venire voglia di tirare fuori un quaderno e buttare giù idee, prendere una videocamera e girarle, poi di andare a casa e guardare più film possibili. Per l’ennesima volta, ce l’ha fatta.

WEEEE ARE THE CHAMPIONS MY FRIEEEEND

È difficile parlare di un film del genere. La stessa campagna promozionale oltre a fare leva sui grandi nomi coinvolti (una marea…) non ha fatto molto altro, il trailer era un collage di momenti tarantiniani a caso che sembrava quasi dire “è un film di Tarantino, state tranquilli che è fico”, e un po’ questa cosa la fa anche il film: il racconto non ha una direzione apparente, la carrellata di eventi e personaggi scorre prendendosi i suoi tempi mentre a noi viene chiesto semplicemente di goderci lo show e avere fiducia.

E ne vale la pena? Dipende. Se di solito Tarantino non vi piace granché lasciate perdere, odierete a morte questo film. Se vi piace abbastanza potreste comunque rimanere perplessi, perché mai come questa volta eventi e personaggi sono lasciati liberi di girare senza il guinzaglio, per una sequela di momentoni che presi singolarmente hanno dentro pezzi di bravura e trovate brillanti in quantità, ma potrebbero non essere quello che state cercando. Se lo amate, invece, potreste trovarvi davanti alla summa del suo cinema: citazioni, tecnica, umorismo, piedi nudi di femmina, bell(issim)a musica, violenza, attori che si buttano in performance inevitabilmente più interessanti delle loro solite, questo vizietto di fare un po’ come gli pare con personaggi storicamente esistiti (su tutti uno sfacciatamente dissacrato Bruce Lee); tutto elevato all’ennesima potenza e stavolta pervaso da un’inedita vena malinconica ed una poesia che a tratti ha persino del commovente.

“Siamo in un film di Tarantino, non scordartelo”

Tarantino ci porta a spasso per una Los Angeles di fine anni ’60 creata dal vero dalla leggendaria Barbara Ling, set-designer mostruosa che nonostante i trent’anni di carriera vanta una lista curiosamente risicata di credits su Imdb (precisamente 20), e che ha firmato roba come i Batman di Joel Schumacher, che in tal senso dite quello che vi pare ma sono spettacolari. Lo sapevate che nei set in cui compare Mr. Freeze su Batman & Robin il ghiaccio era vero? Vi rendete conto della follia? Questo per farvi capire la street cred. Inutile dire che in questo caso il risultato è sontuoso, la prova che scelte artistiche di questo genere fanno la differenza, in barba(ra) ai green screen e alla CGI.

Nel 1969 Tarantino aveva sei anni e viveva a Los Angeles. Da quel che racconta, i ricordi più vividi che ha di quell’anno li ha vissuti nel sedile posteriore di un’automobile, osservando meravigliato la città dal finestrino mentre la radio lanciava a volumi altissimi le hit del momento. In questo film cerca dichiaratamente di restituirci quella sensazione, di recuperare quello sguardo meravigliato ed infantile, dando un senso al richiamo fiabesco del titolo mentre ci racconta un’industria ed i suoi personaggi tutt’altro che perfetti.

Che si tratti di un’ode al Cinema è già stato detto in tutte le recensioni possibili, ed è vero, anche se ci sarebbe da dire una cosetta: tutti i film di Tarantino lo sono. L’aspetto realmente straordinario di C’era una volta a… Hollywood sta nel come sfrutta il parlare così esplicitamente del mezzo cinematografico per riflettere sulla sua importanza.

La sognante Sharon Tate di Margot Robbie entra in una sala buia a guardare un film di cui è comprimaria e studia con stupore quasi infantile le reazioni del pubblico alle divertenti scene in cui compare. Rick Dalton, attore in declino interpretato da Leonardo Di Caprio, passa una giornata sul set tra insicurezze varie e la consapevolezza di non godere più della stessa considerazione da parte dei produttori, il terrore di non valere più niente, ma la voglia disperata di portare a casa il miglior risultato possibile. Per un attimo tentenna, si scorda le battute, torna nella sua roulotte e sbrocca, ma poi torna indietro con decisione per il momento del tutto o niente. Ci riesce. La sua co-star, una bambina piccolissima dal sorprendente piglio professionale (ma dove l’hanno trovata quella super attrice?), gli sussurra all’orecchio che è stato il momento di recitazione migliore che abbia visto in tutta la sua vita, lasciandolo commosso.

Il cuore del film sta in questi momenti e negli ultimissimi minuti, in cui il messaggio che sembra passare è che diamo troppo per scontato il Cinema. In quanti tra quelli che lo realizzano – dagli attori ai tecnici – si fermano effettivamente a riflettere sull’effetto che può avere sulle persone? Rick Dalton, protagonista di svariati film di genere e popolari serial televisivi, crede di essere un attore “finito” e dà per scontato che tutti lo vedano come una nullità, quando gli basta una conversazione amichevole col suo vicino per capire che c’è gente che sa chi è, sa cos’ha fatto e lo ricorda con piacere quando non con sincera ammirazione.

I film, strane creature realizzate in questo strano mondo a parte popolato da strambe menti creative con storie private talvolta discutibili, hanno un potere che trascende ogni menata filosofica che ci possa venire in mente di imbastire, che non ha nulla a che vedere con la scoperta che “su quel set il regista e l’attore principale non andavano per niente d’accordo!” o con la nostra disperata, patetica ossessione di dimostrare a noi stessi e agli altri quanto meglio siano i film che vediamo noi di quelli che piacciono “al pubblico medio”. Ai film queste scemenze non interessano: ore e ore delle nostre vite appartengono ad ognuno di loro, nel bene e nel male, e senza che troviamo il tempo di accorgercene si sono messi tutti insieme a costruire un immaginario.

È su questo che si fonda l’intera carriera di Tarantino, su un immaginario costruito guardando letteralmente ogni cosa gli capitasse a tiro con esaltata curiosità, senza valutare i rischi (“sarà brutto? Sarà meglio vedere qualcosa di più serio?”) come faccio ad esempio io o come fa la maggior parte di voi. Dico spesso di amare il Cinema, probabilmente è così: ma lo amo abbastanza?

Come ben sapete il nostro amico è ossessionato con l’idea di dover mettere fine alla sua carriera con un decimo ed ultimo film, ma vi dico una cosa: secondo me, se proprio ci tiene, il momento è questo. Questo lungo trattato ha tutta l’aria di essere la chiusura di un lungo discorso. “EH MA DEVE CHIUDERE COL CAPOLAVORO”.

Once upon a time… in Hollywood è un Capolavoro? Boh, mi trovo un po’ a disagio con quel termine, non so mai come usarlo se non a sproposito, quindi tutto quello che posso dirvi ora che è passato un po’ di tempo e l’ho processato a dovere è che è un film davvero, davvero bellissimo. Non vi basta? Affari vostri.

Capitolo 3 – Si stava meglio quando si andava sulla Luna

Written & Directed by

Dario Antolini

Con Tarantino non si deve mai “pretendere”, sia perché non si può chiedere nulla a un uomo che non ha mai cannato un film in vita sua, sia perché l’unica volta in cui i fan hanno “preteso” qualcosa gli è costata l’imperdonabile sottovalutazione di un filmone come Jackie Brown, accolto freddamente all’epoca perché successivo a fenomeni istant-cult come le mance di Mr. Pink, Mr. Wolf e “Di’ cazzo un altra stramaledettissima volta”. Ma stavolta visto il nome del sor Quentin un mezzo capriccio ce l’avevo: gli anni ’60.

Una cosa che mi infastidisce molto dei film moderni è la ricostruzione troppo pulita e sobria di epoche che di pulito e sobrio non avevano proprio nulla. Prendiamo gli anni ’80, decennio al centro del fenomeno nostalgico del momento a Hollywood: troviamo set puliti e immacolati, capelli tutto sommato accettabili, vestiti che si possono indossare senza eccessivo imbarazzo… l’esatto opposto di quello che erano esteticamente gli anni ’80, decennio famoso per il “No vabbè guarda che capelli demmerda avevo, e come me vestivo poi…”. Per non parlare degli anni ’70 ricostruiti con qualche banale afro, basettoni e macchine d’epoca qua e la’, o degli anni ’90 praticamente uguali al 2019 ma con camice a quadri e le Spice Girls; pigre ricostruzioni che non permettono la minima immersione in un mondo che non c’è più, versioni molto idealizzate di come poteva essere vivere certi anni (un non-punk che si ascolta i “famosissimi” Clash nel 1983? Ah Stranger Things, ma non famme ride).

La Llorona, un film ambientato negli anni ’70.

Ma Tarantino, che finalmente si trova a mettere mano ai “suoi” anni ’60 e non è uno che lascia nulla al caso, non poteva cannare la ricostruzione storica, ed era l’unica cosa che “pretendevo” da lui, perché da Tarantino non posso pretendere dialoghi brillanti (scontato che ci saranno), personaggi memorabili (te pare che non li fa?), o regia di serie A (mai sceso sotto la A?), perché sarebbe come pretendere che l’acqua sia bagnata. Inutile dire che a livello di minuzia nella ricostruzione siamo davanti a un lavoro fuori scala, di gran lunga l’aspetto più impressionante del film.

Forse è il film più immersivo nella sua epoca che abbia mai visto, e il tutto senza ricorrere a mezzucci faciloni come canzoni famose o riferimenti troppo pop al 1969. Nei momenti di silenzio (e ce ne sono parecchi visto che il personaggio di Brad Pitt è molto taciturno) non c’è mai vero silenzio; se non sono Pitt, Di Caprio o una canzone a parlare c’è sempre uno speaker radiofonico (molte sequenze sono ambientate in macchina) a far “parlare” gli anni ’60, non lasciando mai neanche per un secondo in dubbio che ci troviamo 50 anni nel passato, a tal punto che uscito dalla sala ero quasi incredulo nel ricordarmi che fuori sarei tornato nel mondo di Facebook, social, fake news, like, Captain Marvel 2 annunciato al Comic Con e Salvini.

Tie’, guarda che robba.

Un tipico martedì sera in casa Pitt.

La grande attesa era anche per l’inedito duo Di Caprio/Bradpitt (tutto attaccato, qualcuno lo ha mai chiamato solo “Brad” o “Pitt”?). Che Leo sia fenomenale è il segreto di Pulcinella, stiamo parlando di uno che era mostruoso prima ancora di imparare a radersi, ma lui e il suo personaggio nonostante i momenti esilaranti e persino toccanti passano inevitabilmente in secondo piano per colpa di un solo uomo… Brad Pitt.

Chiunque abbia visto Burn After Reading sa che è impossibile vedere Brad Pitt con gli stessi occhi: ormai non è più un semplice belloccio ambito dalle donne di tutto il mondo, ormai per tutti noi è un adorabile demente, di quelli con cui ti prenderesti una birra ogni sera, un demente che si nasconde dietro la sua bellezza ed il suo carisma solo per illudere il mondo di essere una persona tutta d’un pezzo, per poi riesplodere nella sua vera natura quando meno lo si aspetta. Questo è il vero Brad Pitt.

E signori, se dopo Burn After Reading pensavo che non potesse più raggiungere vette cosi alte di comicità, ecco che ancora una volta ci smentisce, regalandoci il più grande “WTF?” che io abbia mai provato in tutta la mia vita al cinema. Un sorrisetto strafottente, un paio di momenti da Maschio Alfa senza manco sforzarsi, una bellissima (e inedita per il cinema di Tarantino) sequenza quasi horror ed ecco che abbiamo il Brad Pitt più monumentale di sempre, per cui manco una statua di 50 metri basterebbe a farmi dire “Grazie Brad per avermi fatto saltare dalla poltroncina del cinema come mai nella mia vita”. Sto esagerando? No, basta dare un occhiata alla tanto discussa scena finale, la tentazione di parlarne e spoilerarla è tanta, non perché voglia rovinarla a qualcuno, ma perché un livello cosi alto di “Ma cosa cazzo sto vedendo???” con occhi fuori dalle orbite penso di non averlo mai raggiunto in vita mia, e l’idea di non poterne parlare ancora con nessuno è devastante. È come sapere i segreti dietro l’omicidio di Kennedy o dell’11 settembre e non poterli dire a nessuno. Ma soprattutto, è il non poter parlare di QUESTO Brad Pitt (anzi, BRAD PITT) ad essere devastante.

“AHAHAHA QUENTIN MA CHE DICI, MA NO CHE NON L’HO LETTO IL COPIONE! LASCIAMI FARE, OKAY?”

Perdonami Quentin, perché ho peccato.

Con Tarantino c’è un “problema” nato negli ultimi anni, e cioè che insieme a Hitchcock, Scorsese e Kubrick è diventato Padre, Figlio e Spirito Santo dei cinefili di nuova generazione. Non ci sarebbe nulla di male, visto che stiamo parlando di Nomi con la N maiuscola, ma diventa un limite quando vengono elevati a esempi massimi di cosa sia il Cinema arrivando a sminuire con fare spocchioso e nazista chiunque non faccia parte della loro élite (“Raimi/ John Woo/ Spike Lee/ Burton/ Spielberg… sì, bravini MA VUOI METTE CO KUBRICK?” come fosse una gara e il cinema fosse una sola cosa).

Per definizione, si tende a odiare quello che è visto come intoccabile e esente da critiche, ed io stesso ero meno propenso a rivedere film che avevo amato di determinati registi, pur essendo io in primis a definirli intoccabili (su Pulp Fiction o Full Metal Jacket non farei mezza critica manco mi minacciassero di morte). Odiavo il fatto che fosse tutto “o ti piace o non capisci un cazzo di cinema, vatte a vede’ Avengers va’”, e finivo per dare per scontati dei filmoni giganteschi solo perché rinomati. Grosso errore.

C’era una volta a Hollywood (sì, è coi trattini ma non mi va di metterli ogni volta) mi ha ricordato che quando si parla di nomi di questo calibro niente è scontato, perché sono nomi che nascono una volta ogni 100 anni e bisogna solo ringraziare di vivere nella loro stessa epoca per goderseli; come quando vedi un grande calciatore fare qualcosa fuori dal comune, la fa con una tale scioltezza che lo fa sembrare facile, come se potesse farlo chiunque, ma dietro c’è più unicità di quanto si pensi, la linea che divide i fuoriclasse dai bravi giocatori.

Lasciate il cinema a chi sa apprezzarlo, please.

Su C’eraunavoltaaHollywood ho letto di tutto, e non proprio quello che avrei voluto leggere. In una Hollywood che sta attraversando il suo peggior decennio (e su questo non c’è dibattito, è un dato oggettivo), in cui siamo bombardati di spin off, reboot, live action Disney, prequel e sequel anacronistici (tutti film di cui ci si lamenta salvo poi dargli i soldi, li mortacci vostra) davvero mi state dicendo che un film del genere è DELUDENTE, una roba da 6- (sì, ho visto valutazioni del genere)?

Davvero non sappiamo più accorgerci di cosa sia qualità e di cosa sia un prodotto fatto in serie? Beh, se le cose stanno così allora la Disney ha vinto e il cinema è morto con la gente che festeggia nelle sale. Ragazzi, nulla è intoccabile, quindi smuovere critiche verso l’ultima fatica di Tarantino è sacrosanto, ma sempre più spesso mi sembra che certe critiche siano smosse per ricordare al mondo che “anche io ho un opinione, non la penso mica come tutto il popolo di Internet, non sono mica una capra”, che è un po’ il ragionamento che facevo io a 14 anni.

“NON MI PIACCIONO LE COFE CHE PIACCIONO A VOI”

Si potrebbe discutere sul fatto che chi non conosce la vera storia di Sharon Tate possa ritrovarsi disorientato nel finale e non capire bene il senso delle tante storie parallele, per dirne una. Sono critiche che posso anche condividere, ma che non spostano il metro di giudizio di un film, altrimenti Forrest Gump sarebbe spazzatura perché “non tutti sanno della guerra del Vietnam”, come non può essere un elemento per demolire il film la tanto criticata rappresentazione macchiettistica di Bruce Lee, perché bisogna sempre fare distinzione tra cosa che non ci è piaciuto del film e cosa sposta l’ago della bilancia da bel film a BRUTTO film. Perché se davvero le nostre critiche per far diventare C’era una volta a Hollywood un film “deludente” e “da 6-” sono così sconclusionate e senza vere argomentazioni, allora non ci meritiamo davvero nulla.

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